Nell’Iliade e nell’Odissea il concetto di ospitalità viene ampiamente affrontato. Nausicaa rimprovera le ancelle che scappano nel vedere Ulisse e gli dà coraggio dicendo: “Ma questo misero è giunto qui naufrago errante; e dobbiamo prenderne cura adesso; perché forestieri e mendichi tutti li manda Giove: ché poi si contentan di poco. (Om. Od. VI)”. Dall’altra parte invece, tutti ricordano la poco calorosa accoglienza di Polifemo. 

Il termine hostis aveva il significato di straniero a cui si riconoscono dei diritti uguali a quelli dei cittadini romani, ma col tempo assume il significato di nemico (da cui deriva, per esempio, la parola italiana ostile). Questo crea un vuoto semantico che viene fortunatamente colmato da hospes, parola che assume appunto il significato di ospite.

Sono passati secoli, ma gli uomini non sono cambiati poi molto: ci sono persone che decidono di accogliere chiunque arrivi da un paese diverso, altri invece no. A Salonicco, a nord della Grecia, una neonata organizzazione no-profit tratta le persone in arrivo da diverse parti dell’Africa e non solo come hospes. Il nome di quest’organizzazione è Philoxenia e si occupano di distribuire un pasto caldo ai migranti che sostano a Salonicco, città di passaggio nel lungo viaggio verso i paesi dell’Europa del Nord. 

Forse non sono ospiti, ma di sicuro non sono dei nemici. Sono persone che cercano qualcosa e che hanno bisogno di un aiuto. Uomini che lasciano le famiglie e il lavoro per un futuro migliore, in cerca di eu-tópos (un regno della felicità), ma che a causa di barriere e persone che non hanno memoria del fatto che le migrazioni ci sono sempre state e sempre ci saranno, costringono queste persone a vedere gli eu-topos come degli ou-tópos (luoghi inesistenti, che puoi solo sognare).