Ore contate: il ritratto di una generazione

La mia generazione studia, si forma nelle migliori università italiane ed europee, viaggia e fa esperienze. Dopo anni di sacrifici è però costretta ad accontentarsi con un lavoro qualsiasi. Coloro che entrano nella “routine” del lavoro svendono il proprio tempo per pochi euro, ed io non sono un’eccezione. L’entrata nel mondo del lavoro inizia con dei lavori provvisori, dove l’equazione tra lavoro e denaro non funziona. In mezzo a questo mare di skill e conoscenze, sono pochi coloro che riescono ad ottenere un contratto vero, che gli permette di porre le basi per un futuro. Per tutti gli altri invece, il co. co. pro. diventa la prassi, l’amara routine. Altri invece non hanno studiato, non si sono formati, ma sono ugualmente preparati e capaci. Questi hanno deciso di rimboccarsi le maniche e hanno scelto il primo lavoro che gli è stato offerto. Il loro sacrificio non è minore rispetto a quello di altri, perché hanno investito i gli anni più produttivi su una società che porge lo sguardo da un altra parte.

Intorno a me questo senso di oppressione, di alienazione e di sfiducia è così evidente che ho pensato di realizzare il censimento su questa maggioranza silenziosa, fotografando un esercito di uomini e donne che dona una cospicua parte della loro ricchezza ad un paese che non lo ripaga con la stessa moneta e che combatte per un bene intangibile ma prezioso, chiamato tempo.

Il progetto è iniziato fotografando le persone intorno a me, per poi estendersi a sconosciuti che mi hanno parlato del loro passato, del loro presente, ma che non hanno però risposte su cosa gli riserverà il futuro. Non ho né una soluzione né una ricetta per risolvere questo problema, ma sentendomi come una animale in gabbia, ho la necessità di farmi sentire.